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La luce debole e giallognola che filtra fuori dalle finestre della Reggia di Venaria, infonde tranquillità. Potresti persuaderti di vivere in un romanzo dell'800 romantico, fin tanto che non sposti lo sguardo e i tuoi occhi si riempiono di colori abbaglianti: è l'allegria del Traffic Festival di Torino, un paio di secoli al di là dei tuoi pensieri. E' il 10 luglio 2009 e tra poco si esibiranno i Primal Scream, in Italia dopo una dozzina d'anni dall'ultima apparizione. OK, non tutti li conosciamo; e allora, continuiamo i nostri viaggi nel tempo e torniamo al 1982, in Scozia, a Glasgow o giù di lì. Tal Bobby Gillespie forma una band e, con fatica, riesce a portarla a un discreto successo in qualche anno. Tra avvicendamenti nella formazione, critiche severe, tour da alterni riscontri di pubblico, rinnovamenti, sperimentazioni musicali e soprattutto chimiche, si arriva a questa tiepida serata di luglio. Il prato davanti al bellissimo palco è affollato da migliaia di ragazzi, ci sono le promotrici con i loro tacchi a spillo, le minigonne e il trucco pesante, gli stand dei venditori di porchetta e salsiccia (a peso d'oro), e i soliti giovani scemi, ubriachi e impasticcati. C'è proprio tutto.
La band sale sul palco, Bobby saluta, Mani (basso) dice "Andiamo!" Il beat incomincia. La prima cosa che noto, è il pattern ritmico banale. "Sarà solo la prima canzone", penso. Invece no, lo schema si ripete identico, puro e infinito come la struttura di un cristallo, per tutto il concerto: ogni brano ha un giro di batteria breve, né originale né tanto diverso dagli altri brani. Anche le variazioni dinamiche sono rarissime. Va bene, ognuno fa le sue scelte, ma che se ne fanno di un batterista umano? Non era meglio una batteria elettronica? Uhm, ora che ci penso, il batterista Darrin Mooney non sbaglia mai... forse è davvero un robot!
Bisogna ammettere che i suoni di batteria e basso (Gary Manfield) sono potenti e pieni. Se ti avvicini ai diffusori, il fronte sonoro al margine inferiore dello spettro udibile ti "spettina". Beh, certo non v'è merito del musicista ad aver volume, in ogni caso la potenza e le linee del basso mi eccitano come un giro in otto-volante.
Le chitarre elettriche (Andrew Innes e Barry Cadogan) sono amplificate attraverso distorsioni prevalentemente aggressive, ricche di toni acuti e spesso sfasate da wah-wah, phaser, flanger e simili diavolerie. Mancando di bassi, il risultato è quel sound che sulle riviste per gaggi viene chiamato "tagliente". I volumi modesti, anche in occasione dei pochi assoli, mi disorientano. Forse definirla "presenza discreta" è un po' azzardato, le chitarre si fanno sentire eccome, vorrei però evidenziare che in certi momenti avrebbero potuto far vibrare ogni singola molecola d'aria fino ad arroventarla, e invece sono rimaste prigioniere nei recinti definiti dalle parti vocali.
Il tastierista Martin Duffy fa un gran lavoro, tenendo anche conto che parte del repertorio appartiene alla musica "elettronica". I suoni dei sintetizzatori appaiono e scompaiono ad arte. In qualche arrangiamento, possiamo apprezzare musica suonata con tutte le dita. Eh? No, non tutte e due le dita, maligni, volevo dire tutte e dieci.
La voce. Protagonista, senza dubbio. Sgraziata, rispetto alle registrazioni in studio. Pronuncia poco comprensibile. Qualche parola in inglese la capirei, ma Gillespie la dice? Ma si, dai, scherzo. Avevo già letto un po' di testi, incuriosito da alcune biografie che parlavano di temi "socialisti". Chissà cosa mi aspettavo, invece sono piuttosto semplici, piatti. Non sempre la droga esalta le capacità artistiche.
La scaletta è abbastanza completa e include brani appartenenti alle diverse fasi storiche della band. Cerco di non elencarvi generi musicali (hanno nomi che non riuscirei neanche a proferire). Mi limiterei a tre parole chiave: elettronica, psichedelica, rock'n roll, dimenticandomi di punk, di jangle-non-so-che-cosa e compagnia bella. Avverto il maggior entusiasmo del pubblico nei pezzi rock'n roll, disinvoltamente ammodernato alla bisogna. Gli aspetti psichedelici sono talvolta puri, talvolta frammisti ai suoni artificiali dell'elettronica.

L'affluenza di pubblico è buona, gli spazi a disposizione sono ampi, perciò non ci si pesta i piedi, ma qualche fetida alitata alcolica e odor di "rosmarino" bruciato ti arrivano sempre...
La sonorizzazione è ottima; in campo aperto è più facile far le cose bene, che farle male, ma ogni tanto questa regola è disattesa, quindi apprezzo lo sforzo dei fonici che ringrazio.
L'illuminazione è stellare! Sia perché è una notte d'estate e nel cielo si vedono le stelle sia perché l'impianto illuminante è davvero adatto alla situazione. Il bombardamento di fotoni mi porta quasi alla nausea. Fantastico.
Si può scegliere di stare vicino al palco o lontano, grazie al maxischermo che dà spettacolo in proprio: intanto, ha qualche problema di compatibilità elettromagnetica, per cui visualizza righe orizzontali che vanno autonomamente a spasso, variando a tempo con la musica. Ricorda i vecchi televisori in bianco e nero che non si riuscivano mai a sincronizzare bene. Dite quello che volete sulle capacità dei tecnici, ma il risultato a me è piaciuto! Le riprese, poi, improvvisate da operatori e regista che immagino dilettanti, arrivano ad essere esilaranti. Badate che faccio le mie osservazioni con senso di riconoscenza perché, per un motivo o per l'altro, lo spettacolo mi è piaciuto davvero molto. Dunque, nessun criterio di composizione delle inquadrature, una serie infinita di riprese del "nulla", e poi una sorta di "Blob" dal vivo. Per esempio, mentre altrove succede di tutto, Barry viene più volte inquadrato ogni volta che accorda la chitarra. C'è un messaggio profondo? Certo: "Le chitarre vanno accordate spesso". Sottoscrivo. Grazie.
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