Voglio raccontare un'"esperienza acustica". Uso l'espressione altisonante con la stessa sfrontatezza di chi dica "arte contemporanea": che sia musica o arte, è sempre un gioco. Oggi mi va così.
Andiamo con ordine. In un concerto, siamo di fronte ai diffusori (altoparlanti). Noi siamo qua e il suono viene da là. E' una suggestione cartesiana.
In un auditorium, ascoltiamo strumenti acustici in un'atmosfera molto più avvolgente. E' una suggestione tridimensionale.
Si può fare di più.
Venice Beach fa parte della Los Angeles County, in California (lo dico per gli americani, gli unici che non lo sanno!) C'é una delle spiagge più famose del mondo. La spiaggia è separata dalla città da "The Strand", la pista ciclabile e pedonale dove si incrocia gente di tutto il mondo che corre, soprattutto i milanesi.
Oltre la spiaggia, a ovest, l'oceano Pacifico contiene l'America. Più in qua, una strada con le bancarelle, e poi la città.
All'ombra di un ciuffo di palme, su una piccola duna, c'è una panchina. Alcuni "vagabondi del dharma" vi si ritrovano, al pomeriggio, per suonare i loro tamburi.
Se ci vai alla domenica, per scomparire nella folla, ne trovi di più. Uno comincia a percuotere lo djembe, un altro aggiunge il suo ritmo, quell'altro ha i bonghi, chi la grancassa, maracas, nacchere, triangolo, congas, chi monta tutta la batteria... Questo solo per citare strumenti conosciuti, ai quali bisogna aggiungere quelli fai-da-te.
La cosa si sa in giro grazie al "tamtam", che in questo caso non è solo un modo di dire. Molti giovani, o turisti, o impiegati in pausa pranzo, ci vanno apposta con il loro tamburo. Si fermano e esprimono la loro coscienza tribale.
La macchia umana si spande. Decine di persone di nazionalità, cultura, razza, estrazione sociale, sesso, religione e perfino pettinatura diverse (cercate "Venice Beach Drum Circle" con un motore di ricerca, guardate le fotografie, e capirete).
Ognuno è unico, ognuno suona uno strumento per certi versi unico. Il tempo è unico per tutti.
Immaginate di passeggiare attorno a questo gruppo, e poi di attraversarlo camminando molto lentamente, fermandovi ad ascoltare ad ogni passo. La percezione del suono di ogni strumento cambia con la vostra posizione. Lo sentite di più, potrebbe assordarvi! Vi spostate... e scompare. A volte il suono è secco, a volte riverberato, o acuto, soffocato, grave, sordido; è uno schiocco, un boato, pugno nello stomaco, carezza, silenzio, istante.
Ogni musicista, a sua volta, di tanto in tanto si sposta per suonare vicino a qualcun altro, o magari cambia fraseggio. Alcuni vanno via, altri si aggiungono. E' un equilibrio dinamico che muta in armonia. In ogni istante tutto è stravolto. Suoni che lampeggiano, perché sai che esistono ma non sai dire dove, riappaiono definiti per attimi. E' il "multiverso" acustico! (Urca, questa del "multiverso" la capiscono in pochi. Magari la tolgo, anzi no, c'é sempre Wikipedia che aiuta).
Camminando, vi allontanate. Quei suoni si dissolvono nella loro eco. Li percepite per miglia, sempre più amalgamati alle voci della gente, le urla dei bambini, i rumori della città.
Mentre andate via, il sole tramonta dietro all'oceano; controluce, i surfisti ritornano, con la tavola sotto al braccio e il passo goffo sulla sabbia. Lo stesso passo che mi ha portato a impigliarmi in questi bit di fottuta nostalgia.