La solita rassegna di paese: "Nordsud in musica 2009", a La Loggia, nella cosiddetta cintura di Torino. Venerdì 29 maggio suonano "zibba" e poi i "MAU MAU". Proprio così, minuscole e maiuscole comprese. Arrivo tardi, come al solito. "ZIBBA e gli ALMALIBRE" sono sul palco già da molto. In pochi minuti mi rendo conto di essermi perso un gran bello spettacolo, ascolto qualche brano e afferro che suoneranno domenica ad Asti. Si può fare...
DOMENICA
Domenica pomeriggio. Mi lavo i capelli con la saponetta perché ho finito lo shampoo, aspetto l'autobus ad una squallida fermata di periferia e salgo sul treno per Genova delle 21.28 alla stazione di Torino Lingotto. Il treno è praticamente vuoto. Mi dovrò sopportare per trentasei minuti. Ho il gancio con gli amici alla stazione di Asti e, dopo aver attraversato un bel centro storico, arriviamo insieme al "Diavolo Rosso". Fatevi conto, una chiesa sconsacrata con gli affreschi sbiaditi, l'umidità e tutta la sua parvenza opprimente. Al posto degli altari laterali, banconi per spillare birra e ironica empietà. Dappertutto, tanti giovani. Allora, seguo un dedalo di passaggi e mi ritrovo in un cortile, una specie di piccolo anfiteatro stracolmo di gente in cui qualcuno fa una conferenza, forse presenta un libro. Poco più in là, su una bancarella vedo qualcosa da mangiare e da bere. Scusandomi, raggiungo i gradini dall'altra parte del cortile ed entro nelle stanze di una mostra fotografica, con lo sguardo che si perde nel bianco-e-nero, imbocco un'uscita. Sono in un altro cortile di una costruzione storica, Palazzo Ottolenghi. Qui c'è il palco, le sedie per gli spettatori e il mixer. Sono nel posto giusto. E che posto stupendo hanno realizzato i ragazzi del Diavolo Rosso. La manifestazione si chiama "A sud di nessun nord"; riecheggia il leit motiv dei punti cardinali come contrapposizione sociale. E' la storia del nostro tempo, per chi ci vuol pensare, e per chi ci deve vivere.
ALMALIBRE
Gli Almalibre sono un gruppo di bravi musicisti.
Federico Manno, con le sue chitarre, è affidabile; senza smania di protagonismo, c'è sempre. Si sacrifica per lasciare spazio agli ospiti, ma quando viene il suo momento, non si risparmia.
Fabio Biale suona il violino, il mandolino, il vibrafono, i cucchiai da brodo, usati come percussioni, e un campanellino da portiere d'albergo, che sembra piacergli tanto. E' un musicista in gamba che, se in foto ti vien sempre mosso, c'è un perché.
Per qualche concerto c'è un ospite: Rigo Righetti, che con il basso ci sa fare.
Alla batteria c'è Andrea Balestrieri, preciso e completo. Se gli parli, è cordiale; è autore di alcune musiche, secondo me molto belle, ma minimizza e attribuisce i meriti a Zibba, alimentando così il mito del "Bale".
Gli Almalibre si divertono suonando arrangiamenti decisamente vari che, dall'allegria dei reggae e degli ska, scivolano con disinvoltura a momenti rock intensi, passando per jazz e atmosfere di "intimità cantautorale".
ZIBBA
Zibba è un personaggio ispirato, che concede solo un cappello in stoffa gessata, un orecchino e un pizzetto bislungo, all'apparenza. Si rivolge al pubblico con garbo, fa il simpatico senza eccedere, evita i predicozzi. Non trasforma il concerto in uno di quei comizi cui molti artisti italiani ci hanno abituati. Presenta le sue canzoni con poche parole, dandoti una possibile chiave di interpretazione, e poi sembra credere in quel che canta. Stasera è contento perché, oltre a Righetti, ospita il chitarrista Paolo Bonfanti per un paio di brani. Il concerto è emozionante, comprende molte canzoni dei due CD, un paio di cover, e degli inediti, assaggi del nuovo CD in uscita fra poco. Chiude con il bis di Margherita, tormentone cantato nella versione radiofonica con Tonino Carotone.
ZIBBA2
Chissà cosa mi è preso, stasera. Vado da Zibba e gli chiedo di scambiare quattro chiacchiere. Cortesemente accetta e ci mettiamo seduti. Mi faccio spiegare perché si faccia chiamare "Zibba". E' un po' restio, ma poi confessa: è un soprannome che vuol dire "sigaretta", al suo paese. Gli fu affibbiato per via del suo aspetto, per il taglio di capelli che ricordava, nella fantasia degli amici, l'estremità della sigaretta.
A questo punto, sparo un jolly a bruciapelo, gli chiedo di dirmi, secondo lui, che mestiere faccia. Trasmettere emozioni. Inteso? Non musicista, poeta, saltimbanco o personaggio dello spettacolo. Oppure tutto insieme, se preferite. A Zibba interessa comunicare, creare emozione. Parla al cuore di chi sa guardarsi dentro, sfidando i propri limiti, e spesso ci riesce. I versi sono frasi aperte, scintille che possono estinguersi nel riverbero delle note o ardere l'emotività di chi le respira ed è capace di usare la propria esperienza per trovare un significato. L'arte di Zibba consiste nel tramutare la musica in uno specchio in grado di riflettere il cuore, l'anima di chi ascolta.
I testi di Zibba parlano di questioni sociali: della solitudine, che anche lui cerca, soffre e poi fugge come ognuno di noi. Parlano di luoghi alternativi dello spazio, del tempo e della mente, dove poter esistere così come si è. Temi autobiografici, che muovono dai tempi dell'adolescenza, quando la moda dello sballo irrompe e travolge la sua generazione, sconvolgendo il suo mondo di provincia. Zibba subisce il frastuono di questo nuovo mondo, rimanendone al di fuori, perché ha pensieri diversi, valori. Nel tempo in cui i suoi coetanei si devastano in discoteca, riesce a insonorizzare quella realtà grazie ai muri di una sala prove. Con amici musicisti di generazioni mature, dà un ritmo originale alla sua vita, e mentre suona nei "localini" per cinquantamila lire, forma la sua personalità adulta.
A 31 anni, Zibba canta queste cose che ancora sente, ma con la consapevolezza, la maturità e la serenità (precaria) di un uomo. Rappresenta in musica schegge di vita, scongiurando il timore che non rimanga traccia del tempo vissuto. Mi spiega che "Nelle sere d'inverno" è il suo ricordo di Davide, un suo caro amico che non c'è più. Per Zibba, non esiste modo più intenso: il ricordo è la canzone. Capite? Io si.
Zibba novella allegro anche di donne, religione e vino, trasmette vibrazioni positive, e ringrazia gli amici che le condividono con lui, ma questa è "Un'altra canzone".
EPILOGO
In questa fresca notte tra maggio e giugno, Zibba ed io discutiamo come vecchi amici. Cambio argomento, riprendo la farsa dell'intervista (e dire che, maldestro, non sono riuscito nemmeno ad accendere il registratore mp3!) Gli chiedo quale sia il concerto che ricorda con maggiore affetto. Ne cita diversi ma il primo tra tutti è a Bologna, da solo, chitarra acustica e voce. Il pubblico seduto per terra, tutt'attorno. Suona la prima canzone e poi si accorge della magia: il silenzio, rispettoso, l'attenzione e l'affetto del pubblico. Riesco a vedere nel suo sorriso e nel suo sguardo i momenti di quel concerto al punto di convincermi di esserci stato.
Mentre i tecnici stanno ancora smontando le attrezzature dal palco, sostengo che "...fa freddo..." e "...basta così." Zibba mi saluta con un abbraccio.
Seduto sul sedile posteriore di una Fiat Punto che procede lenta verso casa, mi chiedo se e come riuscirò a raccontarvi questa storia. Eppure, nella mia stanza, prima dell'alba la mia matita scrive quest'ultima parola.