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Sezione Musica
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Scritto da Roberto
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Mercoledì 14 Dicembre 2011 23:03 |
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Ecco la scaletta del concerto di Ivano Fossati, all'Auditorium del Lingotto di Torino, del 13 dicembre 2011:
Viaggiatori d'occidente 
Ventilazione
La decadenza
Quello che manca al mondo
Stella benigna
Settembre
Lindbergh
Mio fratello che guardi il mondo
L'amore fa
Ho sognato una strada
Cara democrazia
----- (intervallo) -----
La crisi
L'amore trasparente
L'orologio americano
Carte da decifrare

La musica che gira intorno
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Ultimo aggiornamento Giovedì 15 Dicembre 2011 09:43 |
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Scritto da Roberto
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Giovedì 15 Settembre 2011 23:13 |
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Iniziamo da alcune questioni di cronaca e numeri inutili, almeno oggi, ma che mi interesseranno quando rileggerò questo articolo fra una decina d'anni: il concerto di Battiato, che fa parte della rassegna MITO Settembe Musica di Torino, si è tenuto all Palaolimpico (o PalaIsozaki, o Pala-che-ti-pare-a-te). I biglietti erano esauriti da qualche giorno, non da tantissimo. I prezzi: 20 Euro per il parterre (posti a sedere numerati, dico "a sedere, numerati", e mi vien da ridere...) e 15 Euro per le gradinate. Prezzi molto più che popolari, anche in questo 2011 di crisi economica, e direi che qui ci scappa un bel "Grazie!" a chi si adopera perché manifestazioni così interessanti siano accessibili a tutti, o quasi, vero? Ho detto quasi, perché diverse persone mi hanno detto che non sarebbero venute al concerto in quanto, in questo momento, devono sostenere delle altre spese. Questo è purtroppo un tipo di risposta che non mi stupisce più, e me lo segno nel blog perché spero, invece, che mi meraviglierò quando rileggerò queste righe.
Apre il concerto Arisa, pochi minuti dopo le 21, accompagnata al pianoforte dal maestro Giuseppe Barbera. Con i suoi modi ingraziati, Arisa canta alcuni brani scritti per lei o per altri. Il pubblico dimostra di gradire, ma certo non c'é paragone rispetto all'entusiasmo che si manifesterà dopo pochi minuti, alle 21.30, per l'esibizione di Battiato.
Il cantautore apre con "Up patriots to arms", entrando in scena con un gruppo di nove musicisti. Praticamente, forse temendo di dimenticarsi qualcuno, si è portato appresso tutti quelli di cui poteva aver bisogno: batterista, chitarrista, bassista, pianista, tastierista e quartetto d'archi (lo dico anche a voi, non uscite mai di casa senza un quartetto d'archi, non vorrei mai che vi trovaste nella condizione di averne bisogno e non ne aveste uno a disposizione in quel momento). Totale: 10 persone sul palco, e altre 16-18 mila intorno (qual è la capienza del PalaIsozaki? Non saprei...) Serve un ingegnere del suono per davvero: Pino Pischetola. Bel lavoro!
Ebbene, questa è la scaletta del concerto di Franco Battiato a Torino del 15 settembre 2011 (spero di non avere dimenticato nessuna canzone):
- Up patriots to arms (dice: "Benvenuti!")
- Auto da Fé
- No time no space
- Un'altra vita
- Tra sesso e castità
- Il cammino interminabile
- Il ballo del potere
- Shock in my town (poi presenta il chitarrista Davide Ferrario)
- Inneres auges (presenta il Quartetto Italiano)
- Gli uccelli
- Segnali di vita (presenta Carlo Guaitoli, al pianoforte)
- J'entends siffler le train (finalmente, Battiato dice qualcosa che non siano parole di circostanza, commentando questi brani di origine francese)
- La canzone dei vecchi amanti (La chanson des vieux amants) (grazie a Paola che mi ha scritto i titoli in francese, n.d.a.)
- Povera patria
- Prospettiva Nevskij (scorda alcune parole del testo, accenna un lallalalà ma poi si riprende subito, alla fine presenta il batterista, Giordano Colombo)
- Le aquile
- La cura
- I treni di Tozeur (presenta Angelo Privitera, tastiere e computer)
- La stagione dell'amore (presenta il sound engineer, Pino Pischetola, poi dice "Siete pronti?" con fare ammiccante, e inizia il prossimo brano)
- L'era del cinghiale bianco (invasione, da parte del pubblico degli spalti, del parterre; da questo momento in avanti, l'entusiasmo è incontenibile)
- Voglio vederti danzare
- Summer on a solitary beach
- Cuccuruccucu
- Magic shop ("Mi sono dimenticato di dirvi..." e racconta di aver sentito un'annunciatrice televisiva, in un programma "...del basso ventre", citarlo in questa maniera: "Vagavo per i campi da tennis...")
- The animal
- E ti vengo a cercare
- L'addio
- Stranizza d'amuri
- Centro di gravità permanente
Ventinove canzoni! Non so se mi spiego... (Sempre che non abbia dimenticato di riportarne qualcuna).
Ho già scritto i nomi dei musicisti, ma lo rifaccio per mettere un po' d'ordine; la band:
F. Battiato - voce
D. Ferrario - chitarra
C. Guaitoli - pianoforte
L. Poli - basso
G. Colombo - batteria
A. Privitera - tastiere e computer
Nuovo quartetto italiano - archi
Alessandro Simoncini - violino Luigi Mazza - violino Demetrio Comuzzi - viola Luca Simoncini - violoncello
Pino Pischetola - sound engineering
Battiato lascia il palco definitivamente alle 23.20, visibilmente stanco dopo i molti bis, ma anche soddisfatto. Poco prima, dice: "Mi siete piaciuti! Molto!" Il palaIsozaki si svuota del pubblico, altrettanto soddisfatto, in meno di dieci minuti, senza traumi. Diciamo che questa è una delle caratteristiche migliori della struttura torinese.
Quattro passi nel fresco della sera dei viali di Torino, in questa estate che sembrava non voler arrivare, e che ora non vuol più andar via, ci separano dalla macchina o dai mezzi pubblici per tornare a casa.
P.S. 19/9/2011
Il concerto di Torino avrebbe dovuto chiudere il Tour "Up Patriots to Arms" ma lo staff di Battiato ha annunciato un nuovo concerto GRATUITO il 5 ottobre 2011 a Biancavilla, in provincia di Catania.
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Ultimo aggiornamento Giovedì 22 Settembre 2011 17:32 |
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Scritto da Administrator
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Sabato 11 Settembre 2010 23:55 |
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Così, arriva Guccini, ed eccomi qua, di nuovo a scrivere di musica, dopo un bel po'. La cronaca: il concerto si è tenuto al Palaisozaki, o Palasport Olimpico di Torino, oppure chiamatelo come vi pare; biglietti a 12 Euro per il parterre e 15 Euro in tribuna, cioè molto meno del solito. Tutto esaurito in prevendita, già da parecchi giorni. Si dice spesso che i concerti di Guccini sia bello sentirli molto tempo dopo l'uscita di un nuovo disco perché, altrimenti, ci si deve sorbire una quantità di opere minori ancora sconosciute. Direi che questa volta, dopo anni dall'uscita dell'ultimo disco, è andata molto bene! Beh, sentite, so che a tanti non interessa molto dei miei commenti, e vogliono solo sapere se il Maestrone ha fatto questa o quella canzone. E allora, "a brutto muso", ecco qua la lista, così ci togliamo il pensiero e potete tornare a navigare su Facebook, se vi pare:
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Canzone per un'amica ("voglio stupirvi con la prima canzone")
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Lettera
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Noi non ci saremo (ricordo di "Augustino", il primo che la cantò)
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Ultimo aggiornamento Domenica 12 Settembre 2010 10:22 |
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Scritto da Roberto
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Martedì 02 Giugno 2009 20:12 |
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PROLOGO
La solita rassegna di paese: "Nordsud in musica 2009", a La Loggia, nella cosiddetta cintura di Torino. Venerdì 29 maggio suonano "zibba" e poi i "MAU MAU". Proprio così, minuscole e maiuscole comprese. Arrivo tardi, come al solito. "ZIBBA e gli ALMALIBRE" sono sul palco già da molto. In pochi minuti mi rendo conto di essermi perso un gran bello spettacolo, ascolto qualche brano e afferro che suoneranno domenica ad Asti. Si può fare...
DOMENICA
Domenica pomeriggio. Mi lavo i capelli con la saponetta perché ho finito lo shampoo, aspetto l'autobus ad una squallida fermata di periferia e salgo sul treno per Genova delle 21.28 alla stazione di Torino Lingotto. Il treno è praticamente vuoto. Mi dovrò sopportare per trentasei minuti. Ho il gancio con gli amici alla stazione di Asti e, dopo aver attraversato un bel centro storico, arriviamo insieme al "Diavolo Rosso". Fatevi conto, una chiesa sconsacrata con gli affreschi sbiaditi, l'umidità e tutta la sua parvenza opprimente. Al posto degli altari laterali, banconi per spillare birra e ironica empietà. Dappertutto, tanti giovani. Allora, seguo un dedalo di passaggi e mi ritrovo in un cortile, una specie di piccolo anfiteatro stracolmo di gente in cui qualcuno fa una conferenza, forse presenta un libro. Poco più in là, su una bancarella vedo qualcosa da mangiare e da bere. Scusandomi, raggiungo i gradini dall'altra parte del cortile ed entro nelle stanze di una mostra fotografica, con lo sguardo che si perde nel bianco-e-nero, imbocco un'uscita. Sono in un altro cortile di una costruzione storica, Palazzo Ottolenghi. Qui c'è il palco, le sedie per gli spettatori e il mixer. Sono nel posto giusto. E che posto stupendo hanno realizzato i ragazzi del Diavolo Rosso. La manifestazione si chiama "A sud di nessun nord"; riecheggia il leit motiv dei punti cardinali come contrapposizione sociale. E' la storia del nostro tempo, per chi ci vuol pensare, e per chi ci deve vivere.

ALMALIBRE
Gli Almalibre sono un gruppo di bravi musicisti.
Federico Manno, con le sue chitarre, è affidabile; senza smania di protagonismo, c'è sempre. Si sacrifica per lasciare spazio agli ospiti, ma quando viene il suo momento, non si risparmia.
Fabio Biale suona il violino, il mandolino, il vibrafono, i cucchiai da brodo, usati come percussioni, e un campanellino da portiere d'albergo, che sembra piacergli tanto. E' un musicista in gamba che, se in foto ti vien sempre mosso, c'è un perché.

Per qualche concerto c'è un ospite: Rigo Righetti, che con il basso ci sa fare.
Alla batteria c'è Andrea Balestrieri, preciso e completo. Se gli parli, è cordiale; è autore di alcune musiche, secondo me molto belle, ma minimizza e attribuisce i meriti a Zibba, alimentando così il mito del "Bale".
Gli Almalibre si divertono suonando arrangiamenti decisamente vari che, dall'allegria dei reggae e degli ska, scivolano con disinvoltura a momenti rock intensi, passando per jazz e atmosfere di "intimità cantautorale".
ZIBBA
Zibba è un personaggio ispirato, che concede solo un cappello in stoffa gessata, un orecchino e un pizzetto bislungo, all'apparenza. Si rivolge al pubblico con garbo, fa il simpatico senza eccedere, evita i predicozzi. Non trasforma il concerto in uno di quei comizi cui molti artisti italiani ci hanno abituati. Presenta le sue canzoni con poche parole, dandoti una possibile chiave di interpretazione, e poi sembra credere in quel che canta. Stasera è contento perché, oltre a Righetti, ospita il chitarrista Paolo Bonfanti per un paio di brani. Il concerto è emozionante, comprende molte canzoni dei due CD, un paio di cover, e degli inediti, assaggi del nuovo CD in uscita fra poco. Chiude con il bis di Margherita, tormentone cantato nella versione radiofonica con Tonino Carotone.
ZIBBA2
Chissà cosa mi è preso, stasera. Vado da Zibba e gli chiedo di scambiare quattro chiacchiere. Cortesemente accetta e ci mettiamo seduti. Mi faccio spiegare perché si faccia chiamare "Zibba". E' un po' restio, ma poi confessa: è un soprannome che vuol dire "sigaretta", al suo paese. Gli fu affibbiato per via del suo aspetto, per il taglio di capelli che ricordava, nella fantasia degli amici, l'estremità della sigaretta.
A questo punto, sparo un jolly a bruciapelo, gli chiedo di dirmi, secondo lui, che mestiere faccia. Trasmettere emozioni. Inteso? Non musicista, poeta, saltimbanco o personaggio dello spettacolo. Oppure tutto insieme, se preferite. A Zibba interessa comunicare, creare emozione. Parla al cuore di chi sa guardarsi dentro, sfidando i propri limiti, e spesso ci riesce. I versi sono frasi aperte, scintille che possono estinguersi nel riverbero delle note o ardere l'emotività di chi le respira ed è capace di usare la propria esperienza per trovare un significato. L'arte di Zibba consiste nel tramutare la musica in uno specchio in grado di riflettere il cuore, l'anima di chi ascolta.
I testi di Zibba parlano di questioni sociali: della solitudine, che anche lui cerca, soffre e poi fugge come ognuno di noi. Parlano di luoghi alternativi dello spazio, del tempo e della mente, dove poter esistere così come si è. Temi autobiografici, che muovono dai tempi dell'adolescenza, quando la moda dello sballo irrompe e travolge la sua generazione, sconvolgendo il suo mondo di provincia. Zibba subisce il frastuono di questo nuovo mondo, rimanendone al di fuori, perché ha pensieri diversi, valori. Nel tempo in cui i suoi coetanei si devastano in discoteca, riesce a insonorizzare quella realtà grazie ai muri di una sala prove. Con amici musicisti di generazioni mature, dà un ritmo originale alla sua vita, e mentre suona nei "localini" per cinquantamila lire, forma la sua personalità adulta.
A 31 anni, Zibba canta queste cose che ancora sente, ma con la consapevolezza, la maturità e la serenità (precaria) di un uomo. Rappresenta in musica schegge di vita, scongiurando il timore che non rimanga traccia del tempo vissuto. Mi spiega che "Nelle sere d'inverno" è il suo ricordo di Davide, un suo caro amico che non c'è più. Per Zibba, non esiste modo più intenso: il ricordo è la canzone. Capite? Io si.
Zibba novella allegro anche di donne, religione e vino, trasmette vibrazioni positive, e ringrazia gli amici che le condividono con lui, ma questa è "Un'altra canzone".
EPILOGO
In questa fresca notte tra maggio e giugno, Zibba ed io discutiamo come vecchi amici. Cambio argomento, riprendo la farsa dell'intervista (e dire che, maldestro, non sono riuscito nemmeno ad accendere il registratore mp3!) Gli chiedo quale sia il concerto che ricorda con maggiore affetto. Ne cita diversi ma il primo tra tutti è a Bologna, da solo, chitarra acustica e voce. Il pubblico seduto per terra, tutt'attorno. Suona la prima canzone e poi si accorge della magia: il silenzio, rispettoso, l'attenzione e l'affetto del pubblico. Riesco a vedere nel suo sorriso e nel suo sguardo i momenti di quel concerto al punto di convincermi di esserci stato.
Mentre i tecnici stanno ancora smontando le attrezzature dal palco, sostengo che "...fa freddo..." e "...basta così." Zibba mi saluta con un abbraccio.
Seduto sul sedile posteriore di una Fiat Punto che procede lenta verso casa, mi chiedo se e come riuscirò a raccontarvi questa storia. Eppure, nella mia stanza, prima dell'alba la mia matita scrive quest'ultima parola.
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Ultimo aggiornamento Domenica 07 Giugno 2009 00:51 |
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Scritto da Roberto
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Giovedì 14 Maggio 2009 23:21 |
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A quel tempo, Enrico ed io avevamo diverse cose in comune: studiavamo (si fa per dire) nella stessa scuola, non ci radevamo la barba (mai!) e ci piaceva la musica. Non ci si vedeva spesso, dovevamo aspettare che le nostre noiosissime fidanzate (altra cosa in comune, ora che ci penso) ci lasciassero liberi contemporaneamente. Qualche volta succedeva. Così, insieme, riuscivamo ad andare ad assistere a qualche concerto.
Sarà stato verso la fine degli anni '80, o l'inizio dei '90, chi se lo ricorda. Al mio paese c'era il concerto dei Nomadi. Arrivammo che i cancelli erano ancora chiusi, con la fila del pubblico che aspettava. Non chiedemmo neanche il prezzo del biglietto. Eravamo squattrinati professionisti, noi.
L'area del concerto era delimitata da un muro prefabbricato di cemento, di quelli sottili che si vedono nelle zone industriali. Servizio d'ordine e forza pubblica erano sparsi un po' dappertutto. Da un lato, la piazza confinava con i cortili di alcune scuole. L'impresa si prefigurava ardua, ma dovevamo farcela!
Cammina, cammina, ci portammo dal lato oltre le scuole. Complice l'imbrunire, scavalcammo il cancello di una di esse e attraversammo il cortile con passo felpato. Acc! Un nuovo recinto ci si presentava davanti. E poi, lampioni. Accesi. Si sentivano delle voci, e rumori di cucina che provenivano da una finestra aperta della seconda scuola. Ci accorgemmo che la rete del recinto era sollevata, leggermente, in un angolo. Strisciammo sotto come marine e poi, radenti al muro e con la testa bassa, oltrepassammo la finestra aperta. Sgattaiolammo tra alcune auto parcheggiate e finalmente vedemmo i pannelli di cemento bianco! C'eravamo, quasi...
Enrico mi fece "scaletta" con le mani e io sbirciai di là: eravamo dietro al palco; c'era il TIR, qualche carrozzone e poche persone che chiacchieravano fumando una sigaretta. Purtroppo, c'erano anche due carabinieri, ma ci voltavano le spalle. Dovevamo approfittare della distrazione.
Imprevisto: un cane, del custode forse, si accorse di noi e ci abbaiava addosso. Già si sentivano le imprecazioni provenire dalla finestra, tra poco sarebbe uscito qualcuno, non c'era un attimo da perdere.
Ci arrampicammo fin sopra al muro e saltammo giù dall'altra parte contemporaneamente. Poi corremmo in campo aperto fin dietro le roulotte e in pochi passi apparimmo, col cuore in gola, ma freschi freschi, come se fossimo sempre stati lì, davanti ai carabinieri.
Ad alta voce, mentre passeggiavamo verso il fronte del palco, continuavamo un discorso (mai iniziato, invero) sui riflettori e l'energia elettrica. Percepivamo gli sguardi su di noi, ma perseverammo nella dissimulazione finché non ci confondemmo nella folla.
Eravamo dentro, il concerto stava per incominciare ma volevamo un'ultima soddisfazione: quanto costavano i biglietti? Ci avvicinammo ai cancelli e... spalancati! Erano spalancati! Il concerto era gratuito!
Che delusione, ragazzi, il crimine non paga.
C'era Augusto Daolio, però.
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Ultimo aggiornamento Mercoledì 19 Agosto 2009 19:02 |
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Scritto da Administrator
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Martedì 28 Aprile 2009 19:36 |
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Quando chiedo a qualcuno "Ti ricordi di Stefano Rosso?" suscito quasi sempre una espressione stranita. Allora mi spiego: "E' quello di 'Che bello, due ragazzi una chitarra e uno spinello!" e tutti si ricordano "...ma non sapevo che l'avesse scritta lui..." Al concerto di Stefano Rosso ci vado nel 2003 a Cantù, nell'ottimo circolo Arci "Mirabello" che ha organizzato una rassegna, "Sussurri e grida", mozzafiato. Si direbbe un circolo culturale per davvero, non uno di quei locali alla moda mascherati per risparmiare sulle tasse: mi ricordo di un paio di stanze, neanche tanto grandi, con una gran bella atmosfera da osteria. In una stanza un piccolo bar e il tavolo apparecchiato con la tovaglia a quadretti bianchi e rossi, nell'altra il palchetto, o meglio la "pedana", e la "platea" creata con poche file di sedie da cucina. Quando Rosso inizia a suonare, saremo una ventina ad ascoltarlo. Sul palco, lui è solo. Si fa per dire. Stefano Rosso riesco a ricordarmelo sempre insieme alla sua chitarra, e alla sua erre pizzicata. Mi piace pensare che ce l'avesse con se anche negli anni in Legione Straniera. La chitarra, dico. Della erre, ne sono sicuro... Il fingerstyle rapisce immediatamente l'attenzione di tutti. L'amplificazione è semplice, senza effettistica raffinata che, dopotutto, mal si sposerebbe al personaggio, al genere e al luogo. Anzi, diciamolo bene: uno che suona così, non ha bisogno di fronzoli. Le canzoni scivolano via una dietro l'altra, intervallate da presentazioni in tipico stile cantautorale. Parla di Trastevere, da cui andò via per poi tornare dopo anni e non trovarvi gli amici di un tempo... "Letto 26"! Potete intuire l'emozione, roba da farmi commuovere come una vecchia zia. E invece, dopo le prime strofe, Rosso la fa cantare a un avventore. Da non crederci, forse la canta meglio dell'autore, che ne è contentissimo! Rosso non suona a lungo. Si, certo, "Una storia disonesta" la fa. I discorsi, non sono poi così profondi. Per esempio, ci racconta di aver comprato un masterizzatore di CD al supermercato per meno di centomila lire, a Roma costano di più. D'altronde, un cantautore le sue idee, e le sue storie più intense, le racconta nelle canzoni, no? Dopo Stefano Rosso, canta Claudia Pastorino accompagnata al basso da Bob Callero (si, voce e basso, punto!) Questa è musica troppo raffinata, per uno come me, lascio volentieri che ne parli Mauro. Invece io, con molto, molto dispiacere riporto che Stefano Rosso scompare il 15 settembre del 2008, senza clamore, tanto che non me ne accorgo subito nemmeno io. Nel 2008 qualcos'altro mi distrae: qualche mese prima non sto bene e mi ricoverano in ospedale dove il mio letto è, ve lo giuro, il letto 26.
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Ultimo aggiornamento Sabato 09 Maggio 2009 22:32 |
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