Home Finale multiplo La violoncellista... La violoncellista, il treno e la vita bastarda
La violoncellista, il treno e la vita bastarda PDF Stampa E-mail

Il sipario si apre su uno scorcio della vecchia stazione di Rho, ultimo marciapiede, quello che costeggia via Magenta. E' venerdì pomeriggio. Un giovane con la barba incolta è uscito presto dal lavoro, grazie all'orario flessibile e alla levataccia. Di questo personaggio, conosciamo il nome: ***. treno in arrivo

Ecco il treno. Inter-regionale per Torino delle 16.37 in ritardo. La calca per salire a bordo, odore di umanità sudata. Ci si sta sopra tutti, questa volta. Bisogna andare a cercarsi un posto. Magari dopo. I pendolari non ragionano come viaggiatori comuni, piuttosto agiscono d'istinto. A Novara scendono in tanti, e prima che i nuovi salgano sul treno, un posto si trova sempre. Così, senza rendersi conto di questo calcolo, ancora trafelato, il nostro personaggio rimane là, in piedi nell'atrio o"vestibolo" della carrozza. Ripone la borsa della biancheria usata tra i piedi, si tira su ma, sovrappensiero mantiene lo sguardo basso. Dopo qualche secondo, si rende conto di osservare delle scarpe da donna, semplici ed eleganti. Allora, comincia a salire con lo sguardo, lentamente. Centimetro dopo centimetro, ammira le fattezze perfette di una ragazza. Una specie di scansione ad alta risoluzione. Si distrae, per un attimo, notando che la ragazza stringe fra le mani uno strumento, certamente un violoncello, nella sua custodia. Infine, il giovane rimane come ipnotizzato, senza fiato, quando l'iride mette a fuoco quel volto e quegli occhi chiari, di colore sfuggente. So che un giorno, mentre tenterà di descrivere quel colore, qualcuno gli suggerirà di chiamarlo "ambra" o perfino "ocra". Senza fiato, e senza la forza di distogliere lo sguardo. cello1

Il nome di lei, non lo sappiamo. Non sappiamo a cosa pensasse in quegli istanti, accorgendosi di questo buffo ragazzo con l'espressione intontita e le pupille fisse nel suo sguardo. Se questo fosse un romanzo, potrei infiltrarmi nella mente di lei e rivelarne i pensieri. Anzi, potrei deciderli, programmarli. Gli scrittori di romanzi barano: nella vita si gioca a carte coperte, solo i bari conoscono quelle degli altri. E' tutto vero, tranne che la vita sia un gioco.

*** sente di non poter perdere quell'attimo. Sente che quel preciso istante, quella situazione, quella donna siano lì ad attenderlo da sempre. Sa di dover creare un'occasione. Deve dire qualcosa, qualsiasi cosa. "Scusa, ti posso chiedere che strumento hai in quella custodia?" Avrebbe voluto dirle... beh le sapete, quelle due parole, nient'altro. Certo che tra i due estremi, tra le infinite frasi di circostanza, non ne ha scelta una brillantissima, ma tant'è. La conversazione fiorisce e, con qualche imbarazzo, prosegue anche dopo Novara, seduti. Lei studia musica in Lombardia e torna a casa per il weekend. Lui si fa suggerire un disco per iniziare ad avvicinarsi alla musica classica, ruffiano. Lei gli suggerisce, appuntandolo su un foglietto, le "Variazioni Goldberg" di Bach, eseguite da Glenn Gould. Il treno si sta fermando. "Sono arrivata..." dice la ragazza prendendo valigia e violoncello. In un attimo è nuovamente nel vestibolo. Sta per scendere. *** deve trovare un pretesto, un appiglio per rivederla. La insegue, ma è appena scesa. Lui vuole chiederle di rivedersi. Dice." Non potremmo..." In quel preciso istante, la porta scorrevole si chiude tra loro, e tronca quella frase, desiderio, sogno. Rimane il suono sordo del portellone, con il suo significato ferroviario profondo: chiuso, fermé, closed, geschlossen.

Nei mesi seguenti, lui percorrerà il treno del venerdì da un capo all'altro, cercandola. Ma la vita è bastarda, e una seconda occasione non te la dà mai.

 

Colpo di scena. Siccome questa è una storia inventata, sono io a decidere se dare o no una seconda occasione. Ho deciso di si.

 

Uno di quei venerdì, forse tre, forse quattro mesi dopo, finalmente si incontrano. Il treno è gremito. Lei è seduta in uno scompartimento dove molte persone sono rimaste in piedi nel corridoio. Lui avanza e riesce a raggiungerla, facendosi spazio con le buone maniere. "Ma tu non sei quella ragazza che suona il violoncello?" E grazie, bello sforzo il nostro detective! Sopra le loro teste, sulla cappelliera,  svetta il solito inconfondiCartello stazione di Chivasso bile ed enorme astuccio...  Così, perlomeno, si ricomincia: "Ho ascoltato il disco che mi hai consigliato. Mi è piaciuto..." Ruffiano. Conversazione allegra, interessante, anche se questa volta lei è visibilmente stanca a causa della solita "maratona" del venerdì.

Lui è determinato. Vuol passare subito alla richiesta di un contatto.  Prende un respiro, la guarda negli occhi luminosi e le chiede... No. Prima che riesca a pronunciar parola, parla lei, alzandosi all'improvviso: "Mi aiuti a portare di là il violoncello? Stiamo arrivando". Ma come, saranno solo dieci minuti che si sono incontrati, come possono essere già a Chivasso? Percorrere un treno così lungo, affollato di passeggeri nei corridoi, ha richiesto più di un'ora. Lui non se ne è reso conto, e il suo istinto, l'orologio naturale di ogni pendolare, è rimasto sviato. In un attimo il convoglio è fermo. Le consegna il violoncello attraverso l'apertura del portellone e le dice: "Io Targhetta ferroviaria vorrei il tuo..." Szzzzzzz... Tump! La porta scorrevole si chiude. Ancora. Il treno già si muove. Lui corre verso un finestrino, ma deve scavalcare bagagli, far scostare i passeggeri. Non demorde e infine si sporge. Urla: "Ti vorrei rivedere. Il telefono! Dammi il tuo numero!" Ma il treno è già cento metri più avanti e quelle parole rimangono nel vento.

 

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